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Audiolibro: Italo Calvino – Il Barone Rampante (parte 3a)

Una sera del 1950, all’ osteria Fratelli Menghi, in via Flaminia, Salvatore Scarpitta racconta a Italo Calvino la sua avventura di dodicenne sull’ albero di pepe. Sette anni dopo, esce Il barone rampante. Il romanzo è ambientato in un paese immaginario della riviera ligure, Ombrosa.

Ecco i personaggi principali: il barone Cosimo Piovasco di Rondò, che vive sugli alberi; suo fratello Biagio (voce narrante della storia); la sorella Battista e il suo fidanzato, il conte d’Estomac; la Generalessa e il barone Arminio Piovasco di Rondò, genitori di Cosimo; Sofonisba Viola Violante d’Ondariva detta la Sinforosa, bella nobile smorfiosa che s’impossessa del suo cuore fin dalla più tenera età, e i suoi due spasimanti, valorosi guerrieri ma ridicoli pretendenti, il cane Ottimo Massimo e il brigante Gian dei Brughi; l’abate Fauchelafleur; il cavalier avvocato Enea Silvio Carrega; Napoleone e lo Zar di Russia.

Il fatto principale è rappresentato da un futile litigio avvenuto il 15 giugno 1767 nella tenuta di Ombrosa, per via di un piatto di lumache non accettate da Cosimo che per protesta sale sugli alberi del giardino di casa e non scenderà mai più. Nonostante la collera e le minacce del padre, la vita del protagonista si svolge sempre sugli alberi, prima nel giardino di famiglia, poi nei boschi di Ombrosa, inframezzata da viaggi in terre lontane raggiunte saltando di ramo in ramo. La vita di Cosimo è piena di eventi, dalle scorribande con i ladruncoli di frutta alle battute di caccia, dalle giornate dedicate alla lettura alle relazioni amorose.

Questa è la seconda parte dell’audio libro Il barone rampante. Ascoltate attentamente la voce narrante e seguite il testo riportato alla fine del post.

Buon divertimento!

Brano musicale: Rondò veneziano, Festa celtica

III

Benché fitta di rami questa pianta era ben praticabile a un ragazzo esperto di tutte le specie d’alberi come mio fratello; e i rami resistevano al peso, ancorché non molto grossi e d’un legno dolce che la punta delle scarpe di Cosimo sbucciava, aprendo bianche ferite nel nero della scorza; ed avvolgeva il ragazzo in un profumo fresco di foglie, come il vento le muoveva, voltandone le pagine in un verdeggiare ora opaco ora brillante. Ma era tutto il giardino che odorava, e se Cosimo ancora non riusciva a percorrerlo con la vista, tanto era irregolarmente folto, già lo esplorava con l’olfatto, e cercava di discernerne i vari aromi, che pur gli erano noti da quando, portati dal vento, giungevano fin nel nostro giardino e ci parevano una cosa sola col segreto di quella villa. Poi guardava le fronde e vedeva foglie nuove, quali grandi e lustre come ci corresse sopra un velo d’acqua, quali minuscole e pennate, e tronchi tutti lisci o tutti scaglie.

C’era un gran silenzio. Solo un volo si levò di piccolissimi luì, gridando. E si sentì una vocetta che cantava: – Oh là là là! La ba-la- nçoire… – Cosimo guardò giù. Appesa al ramo d’un grande albero vi- cino dondolava un’altalena, con seduta una bambina sui dieci anni. Era una bambina bionda, con un’alta pettinatura un po’ buffa per una bimba, un vestito azzurro anche quello troppo da grande, la gonna che ora, sollevata sull’altalena, traboccava di trine. La bambina guardava a occhi socchiusi e naso in su, come per un suo vezzo di far la dama, e mangiava una mela a morsi, piegando il capo ogni volta verso la mano che doveva insieme reggere la mela e reggersi alla fune dell’altalena, e si dava spinte colpendo con la punta degli scarpini il terreno ogni volta che l’altalena era al punto più basso del suo arco, e soffiava via dalle labbra i frammenti di buccia di mela morsicata, e cantava: – Oh là là là! La ba-la-nçoire… – come una ragazzina che ormai non le importa più nulla né dell’altalena, né della canzone, né (ma pure un po’ di più) della mela, e ha già altri pensieri per il capo. Cosimo, d’in cima alla magnolia, era calato fino al palco più basso, ed ora stava coi piedi piantati uno qua uno là in due forcelle e i gomiti appoggiati a un ramo davanti a lui come a un davanzale.

I voli dell’altalena gli portavano la bambina proprio sotto il naso. Lei non stava attenta e non se n’era accorta. Tutt’a un tratto se lo vide lì, ritto sull’albero, in tricorno e ghette. – Oh! – disse. La mela le cadde di mano e rotolò al piede della magnolia. Cosimo sguainò lo spadino, s’abbassò giù dall’ultimo ramo, raggiunse la mela con la punta dello spadino, la infilzò e la porse alla bambina che nel frattempo aveva fatto un percorso completo d’altalena ed era di nuovo lì. – La prenda, non s’è sporcata, è solo un po’ ammaccata da una parte. La bambina bionda s’era già pentita d’aver mostrato tanto stupore per quel ragazzetto sconosciuto apparso lì sulla magnolia, e aveva ripreso la sua aria sussiegosa a naso in su. – Siete un ladro? – disse. – Un ladro? – fece Cosimo, offeso; poi ci pensò su: lì per lì l’idea gli piacque. – Io sì, – disse, calcandosi il tricorno sulla fronte. – Qualcosa in contrario? – E cosa siete venuto a rubare? Cosimo guardò la mela che aveva infilzato sulla punta dello spadino, e gli venne in mente che aveva fame, che non aveva quasi toccato cibo in tavola. – Questa mela, – disse, e prese a sbucciarla con la lama dello spadino, che teneva, a dispetto dei divieti familiari, affilatissima. – Allora siete un ladro di frutta, – disse la ragazza.

Mio fratello pensò alle masnade dei ragazzi poveri d’Ombrosa, che scavalcavano i muri e le siepi e saccheggiavano i frutteti, una genìa di ragazzi che gli era stato insegnato di disprezzare e di sfuggire, e per la prima volta pensò a quanto doveva essere libera e invidiabile quella vita. Ecco: forse poteva diventare uno come loro, e vivere così, d’ora in avanti. – Sì, – disse. Aveva tagliato a spicchi la mela e si mise a masticarla. La ragazzina bionda scoppiò in una risata che durò tutto un volo d’altalena, su e giù. – Ma va’! I ragazzi che rubano la frutta io li conosco! Sono tutti miei amici! E quelli vanno scalzi, in maniche di camicia, spettinati, non con le ghette e il parrucchino! Mio fratello diventò rosso come la buccia della mela.

L’esser preso in giro non solo per l’incipriatura, cui non teneva affatto, ma anche per le ghette, cui teneva moltissimo, e l’esser giudicato d’aspetto inferiore a un ladro di frutta, a quella genìa fino a un momento prima disprezzata, e soprattutto lo scoprire che quella damigella che faceva da padrona nel giardino dei d’Ondariva era amica di tutti i ladri di frutta ma non amica sua, tutte queste cose insieme lo riempirono di dispetto, vergogna e gelosia. – Oh là là là… Con le ghette e il parrucchin! – canterellava la bambina sull’altalena. A lui prese un ripicco d’orgoglio. – Non sono un ladro di quelli che conoscete voi! – gridò. – Non sono affatto un ladro! Dicevo così per non spaventarvi: perché se sapeste chi sono io sul serio, morireste di paura: sono un brigante! Un terribile brigante! La ragazzina continuava a volargli fin sul naso, si sarebbe detto volesse arrivare a sfiorarlo con le punte dei piedi. – Ma va’! E dov’è lo schioppo? I briganti hanno tutti lo schioppo! O la spingarda! Io li ho visti! A noi ci hanno fermato cinque volte la carrozza, nei viaggi dal castello a qua! – Ma il capo no! Io sono il capo! Il capo dei briganti non ha lo schioppo! Ha solo la spada! – e protese il suo spadino. La ragazzina si strinse nelle spalle. – II capo dei briganti, – spiegò, – è uno che si chiama Gian dei Brughi e viene sempre a portarci dei regali, a Natale e a Pasqua! – Ah! – esclamò Cosimo di Rondò, raggiunto da un’ondata di faziosità familiare. – Allora ha ragione mio padre, quando dice che il Marchese d’Ondariva è il protettore di tutto il brigantaggio e il contrabbando della zona! La bambina passò vicino a terra, invece di darsi la spinta frenò con un rapido sgambettio, e saltò giù.

L’altalena vuota sobbalzò in aria sulle corde. – Scendete subito di lassù! Come vi siete permesso d’entrare nel nostro terreno! – fece, puntando un indice contro il ragazzo, incattivita. – Non sono entrato e non scenderò, – disse Cosimo con pari calore. – Sul vostro terreno non ho mai messo piede, e non ce lo metterei per tutto l’oro del mondo! La ragazzina allora, con gran calma, prese un ventaglio che era posato su una poltrona di vimini, e sebbene non facesse molto caldo, si sventolò passeggiando avanti e indietro. – Adesso, – fece con tutta calma, – chiamerò i servi e vi farò prendere e bastonare. Così imparerete a intrufolarvi nel nostro terreno! – Cambiava sempre tono, questa bambina, e mio fratello tutte le volte restava stonato. – Dove son io non è terreno e non è vostro! – proclamò Cosimo, e già gli veniva la tentazione di aggiungere: «E poi io sono il Duca d’Ombrosa e sono il signore di tutto il territorio!» ma si trattenne, perché non gli piaceva di ripetere le cose che diceva sempre suo padre, adesso che era scappato via da tavola in lite con lui; non gli piaceva e non gli pareva giusto, anche perché quelle pretese sul Ducato gli erano sempre parse fissazioni; che c’entrava che ci si mettesse anche lui Cosimo, ora, a millantarsi Duca? Ma non voleva smentirsi e continuò il discorso come gli veniva. – Qui non è vostro, – ripetè, – perché vostro è il suolo, e se ci posassi un piede allora sarei uno che s’intrufola. Ma quassù no, e io vado dappertutto dove mi pare. – Sì, allora è tuo, lassù… – Certo! Territorio mio personale, tutto quassù, – e fece un vago gesto verso i rami, le foglie controsole, il cielo.

– Sui rami degli alberi è tutto mio territorio. Di’ che vengano a prendermi, se ci riescono! Adesso, dopo tante rodomontate, s’aspettava che lei lo prendesse in giro chissà come. Invece si mostrò imprevedibilmente interessata. – Ah sì? E fin dove arriva, questo tuo territorio? – Tutto fin dove si riesce ad arrivare andando sopra gli alberi, di qua, di là, oltre il muro, nell’oliveto, fin sulla collina, dall’altra parte della collina, nel bosco, nelle terre del Vescovo… – Anche fino in Francia? – Fino in Polonia e in Sassonia, – disse Cosimo, che di geografia sapeva solo i nomi sentiti da nostra madre quando parlava delle Guerre di Successione. – Ma io non sono egoista come te. Io nel mio territorio ti ci invito -. Ormai erano passati a darsi del tu tutt’e due, ma era lei che aveva cominciato. – E l’altalena di chi è? – disse lei, e ci si sedette, col ventaglio aperto in mano. – L’altalena è tua, – stabilì Cosimo, – ma siccome è legata a questo ramo, dipende sempre da me. Quindi, se tu ci stai mentre tocchi terra coi piedi, stai nel tuo, se ti sollevi per aria sei nel mio. Lei si dette la spinta e volò, le mani strette alle funi. Cosimo dalla magnolia saltò sul grosso ramo che reggeva l’altalena, e di là afferrò le funi e si mise lui a farla dondolare.

L’altalena andava sempre più in su. – Hai paura? – Io no. Come ti chiami? – Io Cosimo… E tu? – Violante ma mi dicono Viola. – A me mi chiamano Mino, anche, perché Cosimo è un nome da vecchi. – Non mi piace. – Cosimo? – No, Mino. – Ah… Puoi chiamarmi Cosimo. – Neanche per idea! Senti, tu, dobbiamo fare patti chiari. – Come dici? – fece lui, che continuava a restarci male ogni volta. – Dico: io posso salire nel tuo territorio e sono un’ospite sacra, va bene? Entro ed esco quando voglio. Tu invece sei sacro e inviolabile finché sei sugli alberi, nel tuo territorio, ma appena tocchi il suolo del mio giardino diventi mio schiavo e vieni incatenato. – No, io non scendo nel tuo giardino e nemmeno nel mio. Per me è tutto territorio nemico ugualmente. Tu verrai su con me, e verranno i tuoi amici che rubano la frutta, forse anche mio fratello Biagio, sebbene sia un po’ vigliacco, e faremo un esercito tutto sugli alberi e ridurremo alla ragione la terra e i suoi abitanti. – No, no, niente di tutto questo. Lascia che ti spieghi come stanno le cose. Tu hai la signoria degli alberi, va bene?, ma se tocchi una volta terra con un piede, perdi tutto il tuo regno e resti l’ultimo degli schiavi. Hai capito? Anche se ti si spezza un ramo e caschi, tutto perduto! – Io non sono mai caduto da un albero in vita mia! – Certo, ma se caschi, se caschi diventi cenere e il vento ti porta via. – Tutte storie. Io non vado a terra perché non voglio. – Oh, come sei noioso. – No, no, giochiamo. Per esempio, sull’altalena potrei starci? – Se ti riuscisse di sederti sull’altalena senza toccar terra, sì.

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